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Quel 14 settembre del 1943 |
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Nell'edizione del 14 settembre 1975, la "dejpress" - ricordando i feroci bombardamenti subiti dalla città di Avellino nel 1943 da parte dell'aviazione anglo-americana - "lanciò", a firma del Direttore Filippo de Jorio, un drammatico reportage che viene riproposto all'attenzione dei lettori di questo sito-web. 14 settembre 1943: una data che non va dimenticata Ricorre quest’anno il trentaduesimo anniversario dell’orrendo lavacro di sangue - definito, oltretutto, inutile dagli stessi autori, il che contribuisce a renderne più penoso il ricordo - durante il quale, sotto i bombardamenti e i mitragliamenti anglo-americani, perdettero la vita circa tremila nostri concittadini: oltre il dieci per cento, quindi, degli abitanti di una cittadina che all’epoca contava intorno allo 27.000 anime. Oltre ai caduti e agli invalidi, le incursioni causarono la distruzione della maggior parte del patrimonio edilizio, incidendo un solco che restò a lungo impresso sul volto della città, la quale potette perciò vantare, tra tutte le consorelle maggiori o minori della penisola, un triste primato di sangue e di rovine. Più di Napoli, infatti, più di Benevento, più di ogni altro centro abitato d’Italia, Avellino subì in percentuale - durante settantadue ore di bombardamenti ininterrotti - perdite gravissime, che non si spiegano (come, quelle della martoriatissima Cassino) nemmeno con lo stato di guerra; l’armistizio era stato, infatti, promulgato fin dal giorno 8, e nessuna avvisaglia di attestamento tedesco era stata avvertita nella nostra zona. Per unna ricostruzione fedele ed efficace di quei giorni di calvario, oltre che alle parole dei superstiti, è utile fare ricorso ad un commovente scritto di monsignor Bentivoglio, allora Vescovo di Avellino: la lettera pastorale intitolata DESOLATIONE DESOLATA EST CIVITAS, posteriore di soli pochi mesi ai luttuosi eventi, che ricordava perfino i particolari più riprovevoli, per incitare gli Avellinesi al rinnovamento materiale e morale della città e delle famiglie. “Trentasei quadrimotori americani - scriveva l’illustre Presule - il giorno 14 settembre si gettavano in picchiata sulla nostra Avellino, sganciando centinaia di bombe in vari quartieri della sventurata città, che in quel tardo e limpido mattino era in piena attività e movimento. L’ora, la tristissima ora rimase a lungo segnata sul quadrante dell’orologio posto all’angolo del Corso Vittorio Emanuele con via Principe di Piemonte (l’attuale via Matteotti): le undici meno cinque”. Lo zone più duramente colpite furono quelle adiacenti al Ponte di Salerno, la via Ferriera, le piazze del Popolo e della Libertà, il viale Regina Margherita. Durante questo primo bombardamento, che imperversò per oltre un quarto d’ora, furono mietute moltissime vite umane. Il Vescovo, tra le altre, ricorda quella di “un carissimo sacerdote, il professor Antonio Tino, preside degli studi al Seminario Vescovile“, il quale era una notissima figura di docente e di uomo di cultura, avendo educato nel Liceo Classico “Pietro Colletta” innumerevoli generazioni di giovani. Il primo bombardamento colpì in pieno il Palazzo Vescovile: ”Lo scoppio formidabile e le altre bombe che gli apparecchi lasciavano cadere in gran numero intorno al Palazzo, ci dettero la sensazione - narra ancora monsignor Bentivoglio - che tutto l’Episcopio stesse per crollare, che anzi la città intera venisse subissata sotto il piovere del ferro e del fuoco.... Dal balcone centrale del Palazzo gettammo uno sguardo al di fuori: immense colonne di fumo e di polvere avevano talmente oscurato la città da far sembrare nuovamente calata la notte, ma una notte tanto paurosa e gravida di terrore da far pensare ad una visione apocalittica”. Ma la visione più lacrimevole e miseranda, che si doveva presentare agli occhi del Pastore, era quella della Piazza del Popolo, pochi minuti prima così festosa per l’animazione del mercato che tutti gli Avellinesi conoscono. Sulle carni straziate dei “figli amatissimi“ il Vescovo, accorso in bianca veste monastica perché tutti potessero riconoscere il Padre in mezzo a loro, alzò la mano, tracciando ripetutamente “il segno della nostra Redenzione”. Mentre il Vescovo, coadiuvato dalle Figlie della Carità, accorreva all’Ospedale e in tutti quei luoghi ove appariva necessaria una parola di conforto, la cura di una mano pietosa, il sacramento estremo, le incursioni aeree si succedevano sulla città, senza quasi concedere tregua alla popolazione che, atterrita, cercava scampo nelle campagne. Nel pomeriggio, una nuova incursione provocava il crollo del Seminario, che seppelliva nelle sue rovine il Vescovo stesso e il pietoso canonico don Giovanni Gionfrida, che si era partito dal lontano e più sicuro Rione Speranza per portare aiuto e conforto al suo Vescovo e ai suoi concittadini. Appena liberatosi dalle rovine, don Giovanni Gionfrida correva in cerca di aiuto. E per lui monsignor Bentivoglio lasciò scritte bellissime parole di riconoscenza: ”Riconoscenza che nutriamo grandissima anche per quattro soldati dell’esercito germanico (tra i pochissimi di stanza nei dintorni) i quali, dopo le nostre reiterate ed inutili richieste presso i Comandi dell’U.N.P.A. e dei Carabinieri, accorrevano volenterosi e, superando gravi difficoltà, dopo mezz’ora di lavoro penosissimo o pericoloso, riuscivano a trarci fuori dall’ammasso informe di macerie.... Sulle braccia di questi quattro soldati il vostro Vescovo, cari Fratelli e Figliuoli, veniva trasportato al vicino Ospedale. Licenziandoci da loro, li benedicemmo commossi; anche essi, pur così fieri, erano commossi al pari di noi. Sull’imbrunire, una motocicletta militare germanica, nella quale la Provvidenza ci fece imbattere all’uscita dall’Ospedale, ci trasportava in una campagna vicina, nella casa modesta ma tanto ospitale della famiglia Picariello”. DESOLATIONE DESOLATA EST CIVITAS! Attraversando la città, che si presentava colpita dalla più grande desolazione, il Presule (alle cui parole ci stiamo spesso attenendo giacché rappresentano la più palpitante e fedele testimonianza di quelle ore tremende, scevra altresì dalla faziosità che in seguito interverrà a falsare tante pagine di storia) ripeteva giustamente col Profeta: “Desolatione desolata est civitas!”. Neppure un’anima viva attraversava infatti la città; enormi buche si aprivano sul lastricato e sui marciapiedi del Corso; palazzi sventrati, mucchi di macerie, grovigli di fili ed incendi divampanti rendevano quel crepuscolo di settembre estremamente impressionante. Nello sfondo di questo scenario apocalittico, monsignor Bentivoglio, ricoperto di polvere e di sangue, ripercorreva lo stesso tragitto che quattro anni prima aveva fatto nel suo ingresso solenne ad Avellino! Nelle peripezie sopradescritte va cercata l’origine delle fantasiose voci che corsero ovunque - anche fuori dalla Diocesi - sulla sorte del Vescovo: che era stato rapito dai Tedeschi, che era stato portato in campo di concentramento, che era morto. Ci fu perfino chi asserì di aver assistito alle sue esequie! L’immaginazione popolare, già solitamente fervida in circostanze normali, trovava alimento nelle eccezionali vicende, nei fatti drammatici, nell’atmosfera di orrore e di panico che a sua volta contribuiva a fomentare e ad accrescere. “MAMMA, RESTIAMO ABBRACCIATE, COSÌ MORIREMO INSIEME “ Ma la tragedia della nostra martoriata città non era ancora finita; il 14 settembre non costituisce che la prima pagina, o - meglio - il primo atto di questa tragedia che si protrasse fino al pomeriggio del giorno 30, allorché le truppe americane della V Armata occuparono Avellino. Agli otto bombardamenti di quel primo giorno altri ne seguirono nei giorni 15, 17, 20 o 21 settembre. E precisamente il 17 venne nuovamente colpito in pieno, e assai più gravemente, l’Episcopio, che crollò per una buona metà. E quanti, quanti edifici religiosi e civili subirono la stessa sorte! E le vittime? Quante le vittime? Un calcolo approssimativo, mai più verificato o rettificato in seguito, le fa salire a circa tremila. “Quanti - è ancora monsignor Bentivoglio che parla - impietriti dal dolore, ci raccontarono la strage, talvolta la distruzione delle loro famiglie! Quante mamme ci vennero a confidare lo strazio del loro cuore per la perdita impensata e cruenta delle loro creature! E come non ricordare commossi te, piccola bimba, di cui non ricordiamo il nome? Allo scoppio delle bombe, ti stringesti alla mamma tua insieme alla sorellina dicendo: stiamo abbracciate, così moriremo insieme. Inutilmente: perché gli artigli della morte furono più forti delle braccia materne”. E dobbiamo doverosamente ricordare anche le numerose vittime mietute in quei giorni dai bombardamenti aerei fuori Avellino, specialmente nei comuni di Gesualdo, Salza Irpina, Montefredane e nelle contrade Santa Caterina e Pianopantano presso Mirabella Eclano. MOLTI SCIACALLI E POCHI VALOROSI Il Vescovo, dopo la descrizione di tanto angustie, non potette non recriminare il triste fenomeno dello sciacallaggio umano, che in maniera inaspettata e violenta si abbatté, dopo le bombe e perfino durante la loro caduta, sulla nostra sventurata città: ”Ci eravamo illusi che le bombe cadute a centinaia sulla città, avrebbero ridonato a molti un senso più chiaro delle responsabilità. Ci dovemmo però ben presto accorgere che questo era destinato a rimanere soltanto un sogno....” Non trascorsero infatti che pochissime ore dal diluvio di fuoco, che incominciarono a scendere dalle alture circostanti verso la città uomini e donne di incredibile temerità, non già animati dal nobile scopo di raccogliere i feriti e i cadaveri ancora giacenti nelle strade deserte, ma per derubarli e per saccheggiare le abitazioni delle famiglie che lo spavento e il dolore avevano allontanato. “Il furto, consumato con vergognoso cinismo, divenne quasi un atto di eroismo e i ladri ne furono i paladini. Sappiamo che più di un ladro fu raggiunto dalla giustizia di Dio nell’atto stesso del saccheggio. Il settimo comandamento fu completamente annullato, anzi calpestato: non si rubava soltanto quanto potesse essere necessario al proprio sostentamento in quei giorni disastrosi, ma tutto quanto veniva sotto mano e in quantità tale da sentire poi il bisogno di vendere come roba propria e a prezzi scandalosi parte della refurtiva....”. Purtroppo la parte più generosa della popolazione era altrove, a compiere il suo dovere sui fronti di guerra, o a scontare nei campi di prigionia e di concentramento la colpa di aver creduto nell’avvenire della Patria, Gli altri, quelli che “fino a pochi giorni innanzi avevano ostentato divise e gradi“ per le strade cittadine o nei comodi uffici, ed anche quelli “che avrebbero dovuto essere i custodi dell’ordine.... e quelli che avrebbero dovuto figurare tra i salvatori o i restauratori del nostro popolo, ne diventavano gli sfruttatori volgari.....e non si vergognavano di comparire“ tra lo schiere dei saccheggiatori. Tra i pochi animosi che mantennero fede alla loro dignità di uomini e di cristiani, la lettera pastorale ricorda il rev.do Giovanni Gionfrida, di cui una decina di anni fa dovemmo lamentare la dipartita. Noi non possiamo, tuttavia, non ricordare qualche altro nome, a testimonianza di un barlume di umanità e di altruismo che pur tra tanta miseria morale - tristemente accoppiata in infausto connubio a quella materiale - fece capolino. Fra i primissimi, quello del siciliano dottor Laudicina il quale, in transito per Avellino, fu colpito dallo spettacolo di desolazione e di morte che la città presentava ed organizzò - con la preziosa collaborazione dell’indimenticato preside Lorenzo Ferrante - un Ospedale dì fortuna sulla collina dei Cappuccini. Al dottor Laudicina, sia pure molto tardivamente, la città di Avellino tributò manifestazioni di pubblica riconoscenza, con l’offerta di una medaglia d’oro e della cittadinanza onoraria. Fra gli Avellinesi, si distinsero l’allora sottotenente Renato Santulli - oggi purtroppo prematuramente scomparso - e pochissimi altri che, paghi delle azioni altruisticamente compiute col rischio della vita, non conobbero né sollecitarono ricompense. E quasi tutti costoro ormai, a distanza di oltre un trentennio, hanno raggiunto nell’aldilà il loro premio: ci riferiamo a Vincenzo Cristiani, a Edwige Mazza, ad Armando Vietri. Forse l’unico superstite di quel gruppetto di valorosi concittadini è il cav. Antonio Genovino, caro collega in giornalismo. Ci piace ora concludere queste note - anche per sollevare lo spirito dalla malinconia dei ricordi - col riportare quanto ebbe a scrivere, a proposito della tragedia del ‘43, l’indimenticabile Alfonso Carpentieri: “Mancava soltanto la nota buffa, e la nota buffa venne con l’ironia macabra di quel comunicato alleato del 18 settembre: Dopo 72 ore di bombardamento abbiamo espugnato la piazzaforte di Avellino. A dispetto dell’agnellino pasquale che zampetta sul civico blasone, eravamo una città fortificata, e nessuno di noi se ne era accorto”. Filippo de Jorio |
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