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Negli eleganti appartamenti
del palazzo blasonato di piazza Umberto – siamo nell’immediato dopoguerra -
si insedia il figliolo di don Bartolomeo, il notaio Vincenzo Sessa, mentre
al Comune di Atripalda a partire dal giugno 1952 entra in servizio la Giunta
municipale guidata dall’avvocato Carlo Tozzi, cognato del notaio, e dal
giovanissimo Nicola Adamo. I nuovi
amministratori manifestano senza remora alcuna, e con scarso rispetto
dell’ambiente, le loro intenzioni di edificare in piazza Umberto e di abbattere
l’intero “parco Tigli”, antistante il “palazzo Sessa” e dominato dalla
collina di San Pasquale. Tale soluzione turba i sonni di molti Atripaldesi
ed in particolar modo del notaio che, amante della natura più di ogni altra
cosa, rompe gli indugi ed i rapporti familiari con il congiunto-sindaco e -
nel tentativo estremo di salvare il “parco Tigli” e comunque di ridurre la
cementificazione della piazza – recupera la notifica con la quale circa
quarant’anni prima il messo del Comune aveva informato il padre del vincolo
sancito dal legislatore e puntualmente invoca, regolamenti alla mano, il
rispetto dell’articolo 14 dell’ormai famosa legge del 1909 in base al quale
nei Comuni nei quali si trovano cose immobili soggette alle disposizioni
della “364” possono essere prescritte - nei casi di nuove costruzioni e
ricostruzioni - le distanze, le misure e le altre norme necessarie allo
scopo che “le nuove opere non danneggino la prospettiva o la luce richiesta
dai monumenti stessi”. Le buone ragioni del notaio Sessa vengono in parte
accolte: infatti, anche se il “parco Tigli” viene impietosamente sacrificato
al cemento, e fu un autentico scempio, la costruzione prevista al suo posto
(l’attuale palazzo Lazzerini) in sede di approvazione di progetto avrà
troncato un lato in omaggio all’invocato art. 14. Al portale del “palazzo
Sessa” viene quindi garantita la “luce richiesta dai monumenti”! Quella
pietra intagliata da un comune mortale - opportunamente valorizzata per
motivi meramente strumentali e contingenti - entra nel Parnaso delle belle
arti con pari dignità artistica rispetto a quelle “cose immobili” per le
quali esistono concreti “riferimenti storici, politici, militari o
letterari”. |