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Il tempo continua a
trascorrere e “palazzo Sessa”, dal portale blasonato e non privo della
richiesta “luce”, diventa sede del circolo sociale “La Pagoda”, pronto ad
aprire sale e saloni a ricevimenti, festini e veglioni e ad offrire - tra il
rosso pompeiano degli affreschi ed i rivestimenti di stile orientale della
copertura - accoglienti e discreti tavoli-verde agli amanti di poker e
“scala quaranta”. Trasformato successivamente e con scarsa fortuna in
ristorante e tavola calda, il circolo cesserà ben presto di vivere. Nel
frattempo il notaio, spirito libero e creativo, comincia a frequentare con
assiduità le bellezze della costiera amalfìtana dove successivamente si
trasferirà in via definitiva con lo studio professionale dopo avere per anni
onorato l’arte notarile in Irpinia. A Furore di Amalfi realizzò, a picco sul
mare, un singolare mini-villaggio di botti. La originalissima “trovata” del
notaio Sessa altro non è che una protesta contro la Soprintendenza alle
Belle Arti che gli aveva rifiutato qualche anno prima l’autorizzazione di
costruire un castello vecchio stampo sui giganteschi scogli acquistati
nell’incantevole sito amalfitano. E così, senza deturpare il paesaggio con
il cemento, ricava dagli scogli una suggestiva "caverna" sul cui tetto
posiziona tre gigantesche botti, provenienti da Castelvetere sul Calore,
dove per un certo tempo riceve artisti, scrittori, giornalisti ed amici.
Agli ospiti che, avvinti dalla natura, amano la meditazione, il notaio – che
allo studio delle pandette associa disinvoltamente il culto delle arti,
della pittura e della poesia - riserva persino una botte-pensatoio. “Vivere
nella botte – disse al cronista che andò a fargli visita – non è di tutti; è
degli uomini semplici, desiderosi del semplice”. Ed a sorella-botte il
notaio di Atripalda dedicò anche un pensiero in versi, con rima baciata:
Alla gioia del paradiso
t’ho portata.
Domini il mare e sei
invidiata.
Furoreggi ora sulla
costa.
Sfidi anche l’erario per
l’imposta.
All’epoca, infatti, non c’era
l’Ici sulla botte… |