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Dopo circa tre lustri torna di
attualità sulle cronache cittadine il portale di “palazzo Sessa” che,
elevato all’onore degli altari dell’arte negli anni Sessanta, diventa un
macigno alla vigilia degli anni Ottanta. Gonfiato ieri nel suo valore
intrinseco, il portale - oltre ad essere un... abusivo dell’arte - si
trasforma in un “boomerang” per i nuovi padroni di “palazzo Sessa” ai quali
il notaio aveva venduto mobili ed immobili. In realtà, cosa succede? La
nuova vicenda che vede al centro di polemiche e risse giudiziarie il
“palazzo Sessa” – venuto meno l’assetto originario di piazza Umberto con la
selvaggia distruzione del “parco Tigli”, l’edificio con il tempo ha perso
pregio e significato urbanistico – esplode nel 1974, per terminare dopo
oltre sei anni, e coinvolge la Soprintendenza per i Beni Ambientali, il
Tribunale amministrativo della Regione Campania, l’Ufficio Tecnico comunale,
il Consiglio comunale, la Prefettura di Avellino, la Magistratura ordinaria
e, dulcis in fundo, il Parlamento della Repubblica, tutti soggetti, chi per
un verso e chi per un altro, interessati alle sorti dell’antica struttura.
Nel 1974, era il 16 novembre, il commissario straordinario al Comune di
Atripalda, dottor Severino Freda, rilascia al costruttore Angelo Amorino -
anche lui cittadino della costiera amalfitana, dove nel frattempo il
notaio-poeta ha messo tenda – licenza per costruire un fabbricato per civili
abitazioni sull’area risultante dalla demolizione del “palazzo Sessa”. Nel
firmare la licenza, il commissario – in considerazione dei vincoli esistenti
sull'immobile
- prudentemente chiede la preventiva autorizzazione della Soprintendenza per
i Beni Ambientali e Architettonici della Campania. Questa, dopo oltre due
anni, rivolgendosi direttamente al costruttore Amorino, e soltanto per
conoscenza al Comune di Atripalda, in data 30 aprile 1977 nel rilasciare il
richiesto nulla-osta segnala l’”opportunità” che il progetto venga
rielaborato, tenuto conto che il portale del “palazzo Sessa” è sottoposto a
vincolo. Il documento della Soprintendenza ai più risulta alquanto singolare
nella forma e nella sostanza: innanzitutto suscita stupore il fatto che la
Soprintendenza, chiamata in causa dal Comune di Atripalda, anziché fornire
i... lumi richiesti all’interlocutore diretto, preferisce contrattare con la
parte interessata (cioè il costruttore); in secondo luogo, il documento
della Soprintendenza è disinvoltamente lacunoso: quando, infatti, si parla
in termini di “opportunità” e non di “obbligo”, è chiaro che l’invocata
tutela delle preesistenze architettoniche diventa un fatto opinabile. E così
avviene che la rielaborazione del progetto non c’è da parte del costruttore
il quale nel mese di aprile 1978 mette mano al piccone e alla ruspa
demolitrice. |