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Prima che sia troppo tardi  di Gianni Alemanno Area luglio 2004

E' ambivalente il messaggio che ci arriva dalle elezioni di giugno. Da un lato, nonostante tutti i problemi interni e internazionali del governo, il centrosinistra non è riuscito a sfondare nel test elettorale europeo, quello di maggiore valenza politica. Segno che la maggioranza degli italiani, nonostante tutto, non vuole essere governata da uno schieramento in cui Bertinotti è determinante e D’Alema è egemone. Dall’altro lato, il centrosinistra trionfa nelle elezioni amministrative, giungendo nel ballottaggio ad espugnare la roccaforte berlusconiana della Provincia di Milano. Dimostrazione che la maggioranza degli elettori, pur rimanendo orientata sul centrodestra, appare profondamente demotivata e disillusa dall’azione del governo. Siamo quindi giunti al bivio tra due direzioni opposte. La Casa delle libertà in brevissimo tempo può recuperare il contatto con il proprio elettorato, oppure perderlo definitivamente di vista. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, questa consapevolezza è diffusa in tutti gli esponenti di governo, anche se le ricette per il rilancio si diversificano profondamente. In Forza Italia e nella Lega sembra prevalere l’idea di dover accelerare il passo sulla strada fin qui percorsa, di realizzare il più rapidamente possibile le riforme già programmate senza rimettere in discussione nulla. Da parte di Alleanza nazionale e dell’Udc, pur con mille diffidenze reciproche, l’atteggiamento è invece completamente diverso. Si enumerano tutti i cambiamenti strutturali che sono intervenuti dal 2001 ad oggi per giustificare la richiesta di un profondo cambiamento di rotta.
Tre sono i punti essenziali che dovrebbero qualificare questa svolta:
1. Una politica economica e sociale tutta puntata sullo sviluppo e sulla competitività, in grado di dare risposte al Sud in termini di crescita e al Nord come capacità di competere sul mercato globale. Si mette in dubbio che la semplice riduzione della pressione fiscale sia in grado di produrre questi effetti, mentre si chiedono interventi più mirati a sostegno delle filiere e dei distretti produttivi, investimenti pubblici per tornare a far crescere in misura adeguata il Pil.
2. Una grande attenzione sull’attuazione della riforma federalista, che eviti l’aumento dei costi della pubblica amministrazione allargata e delle difficoltà di governo complessivo della comunità nazionale. A questo l’Udc aggiunge il problema della riforma elettorale con il ritorno al proporzionale, per curare i mali di un bipolarismo troppo esposto al condizionamento delle forze marginali.
3. Il recupero del dialogo con le forze sociali per cercare di superare quell’isolamento in cui il governo si è ritrovato dopo la riforma delle pensioni e la rottura di ogni tavolo di confronto. Su questo versante aiuta il nuovo atteggiamento di Confindustria, che con il suo nuovo presidente Montezemolo sembra protesa, a differenza del recente passato, a trovare accordi con il mondo sindacale.
È evidente che dietro queste opzioni ci sono atteggiamenti diversi dal punto di vista culturale e programmatico. La volontà di continuare acriticamente sulla strada fin qui seguita dal centrodestra nasconde una fede assoluta nelle ricette ultraliberiste. Ricette riformiste che indicano come uniche strade di autentico cambiamento la riduzione della pressione fiscale, la dissoluzione della sovranità politica e lo scontro sociale. Le aperture, avvenute tra il 1996 e il 2001, verso un modello di economia sociale di mercato, rischiano di apparire come strumentali a fronte di queste nostalgie tardo-reaganiane. Sull’altro versante c’è il lento e difficile coagularsi di una cultura programmatica ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa, in cui i principi di partecipazione e sussidiarietà riescono a bilanciare le spinte del mercato con quelle verso la solidarietà comunitaria. La strada per le riforme e per la modernizzazione del Paese non passa per un liberismo federalista totalmente disarmato di fronte alle sfide del mercato globale. Tutti i Paesi europei si stanno attrezzando per ridare alla politica e all’identità nazionale la guida dell’economia, cercando di evitare una prospettiva di impoverimento e di omologazione verso il basso. Non può essere solo l’Italia a rimanere chiusa tra i ferri vecchi delle ideologie novecentesche, anche perché la nuova Commissione europea non potrà non farsi interprete del nuovo clima che si respira nel continente. Il centrodestra, per tornare a vincere, si deve sempre più qualificare con le culture comunitarie di cui, più o meno consapevolmente, è portatore. Culture comunitarie capaci di generare proposte programmatiche inedite per un modello di sviluppo fortemente orientato verso la competitività del sistema-Paese e la qualità delle produzioni. La maggioranza dei cittadini ci ha votato perché credeva nel “miracolo italiano” che gli avevamo promesso. Prima di rassegnarsi di nuovo al grigiore ulivista ci sta concedendo ancora un’ultima possibilità. Non sprechiamola.