|
E' ambivalente il messaggio che ci
arriva dalle elezioni di giugno. Da un lato, nonostante tutti i problemi
interni e internazionali del governo, il centrosinistra non è riuscito a
sfondare nel test elettorale europeo, quello di maggiore valenza politica.
Segno che la maggioranza degli italiani, nonostante tutto, non vuole essere
governata da uno schieramento in cui Bertinotti è determinante e D’Alema è
egemone. Dall’altro lato, il centrosinistra trionfa nelle elezioni
amministrative, giungendo nel ballottaggio ad espugnare la roccaforte
berlusconiana della Provincia di Milano. Dimostrazione che la maggioranza
degli elettori, pur rimanendo orientata sul centrodestra, appare
profondamente demotivata e disillusa dall’azione del governo. Siamo quindi
giunti al bivio tra due direzioni opposte. La Casa delle libertà in
brevissimo tempo può recuperare il contatto con il proprio elettorato,
oppure perderlo definitivamente di vista. Al di là delle dichiarazioni
ufficiali, questa consapevolezza è diffusa in tutti gli esponenti di
governo, anche se le ricette per il rilancio si diversificano profondamente.
In Forza Italia e nella Lega sembra prevalere l’idea di dover accelerare il
passo sulla strada fin qui percorsa, di realizzare il più rapidamente
possibile le riforme già programmate senza rimettere in discussione nulla.
Da parte di Alleanza nazionale e dell’Udc, pur con mille diffidenze
reciproche, l’atteggiamento è invece completamente diverso. Si enumerano
tutti i cambiamenti strutturali che sono intervenuti dal 2001 ad oggi per
giustificare la richiesta di un profondo cambiamento di rotta.
Tre sono i punti essenziali che dovrebbero qualificare questa svolta:
1. Una politica economica e sociale tutta
puntata sullo sviluppo e sulla competitività, in grado di dare risposte al
Sud in termini di crescita e al Nord come capacità di competere sul mercato
globale. Si mette in dubbio che la semplice riduzione della pressione
fiscale sia in grado di produrre questi effetti, mentre si chiedono
interventi più mirati a sostegno delle filiere e dei distretti produttivi,
investimenti pubblici per tornare a far crescere in misura adeguata il Pil.
2. Una grande attenzione sull’attuazione della
riforma federalista, che eviti l’aumento dei costi della pubblica
amministrazione allargata e delle difficoltà di governo complessivo della
comunità nazionale. A questo l’Udc aggiunge il problema della riforma
elettorale con il ritorno al proporzionale, per curare i mali di un
bipolarismo troppo esposto al condizionamento delle forze marginali.
3. Il recupero del dialogo con le forze sociali
per cercare di superare quell’isolamento in cui il governo si è ritrovato
dopo la riforma delle pensioni e la rottura di ogni tavolo di confronto. Su
questo versante aiuta il nuovo atteggiamento di Confindustria, che con il
suo nuovo presidente Montezemolo sembra protesa, a differenza del recente
passato, a trovare accordi con il mondo sindacale.
È evidente che dietro queste opzioni ci sono atteggiamenti diversi dal punto
di vista culturale e programmatico. La volontà di continuare acriticamente
sulla strada fin qui seguita dal centrodestra nasconde una fede assoluta
nelle ricette ultraliberiste. Ricette riformiste che indicano come uniche
strade di autentico cambiamento la riduzione della pressione fiscale, la
dissoluzione della sovranità politica e lo scontro sociale. Le aperture,
avvenute tra il 1996 e il 2001, verso un modello di economia sociale di
mercato, rischiano di apparire come strumentali a fronte di queste nostalgie
tardo-reaganiane. Sull’altro versante c’è il lento e difficile coagularsi di
una cultura programmatica ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa, in
cui i principi di partecipazione e sussidiarietà riescono a bilanciare le
spinte del mercato con quelle verso la solidarietà comunitaria. La strada
per le riforme e per la modernizzazione del Paese non passa per un liberismo
federalista totalmente disarmato di fronte alle sfide del mercato globale.
Tutti i Paesi europei si stanno attrezzando per ridare alla politica e
all’identità nazionale la guida dell’economia, cercando di evitare una
prospettiva di impoverimento e di omologazione verso il basso. Non può
essere solo l’Italia a rimanere chiusa tra i ferri vecchi delle ideologie
novecentesche, anche perché la nuova Commissione europea non potrà non farsi
interprete del nuovo clima che si respira nel continente. Il centrodestra,
per tornare a vincere, si deve sempre più qualificare con le culture
comunitarie di cui, più o meno consapevolmente, è portatore. Culture
comunitarie capaci di generare proposte programmatiche inedite per un
modello di sviluppo fortemente orientato verso la competitività del
sistema-Paese e la qualità delle produzioni. La maggioranza dei cittadini ci
ha votato perché credeva nel “miracolo italiano” che gli avevamo promesso.
Prima di rassegnarsi di nuovo al grigiore ulivista ci sta concedendo ancora
un’ultima possibilità. Non sprechiamola. |