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Il “palazzo Sessa” ed in
particolare il portale in pietra dell’antico edificio che si affacciava su
Piazza Umberto di Atripalda hanno rappresentato per anni sulle rive del
Sabato il “pomo della discordia” tra privati ed istituzioni. La querelle ha
conosciuto due distinti momenti ed affonda le radici in una legge
dell’inizio del secolo scorso, la 364 del 20 giugno 1909, promulgata da
Vittorio Emanuele III e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 28 giugno
dello stesso anno sotto il titolo: «Norme per la inalienabilità delle
antichità e delle belle arti». Questa legge - stabilendo la prelazione
artistica a favore dello Stato, la preventiva denuncia all’autorità
nell’ipotesi di alienazione del bene “vincolato” e la nullità dell’atto di
alienazione posto in essere dal privato senza l’osservanza delle norme
previste - rappresentò un avanzamento deciso verso un concetto di tutela del
patrimonio culturale del Paese più moderno ed allo
stesso tempo significò la riduzione progressiva dei diritti della proprietà
privata sugli oggetti di interesse storico nazionale. Il vincolo tra lo
Stato e gli oggetti della tutela sancito con le limitazioni imposte dalla
legge e l'allargamento del campo di azione dell’amministrazione statale su
quanto ricoprisse “interesse storico” costituirono indubbiamente una
conquista rispetto al passato. In base all’art. 3 della 364, i sindaci, i
presidenti delle deputazioni provinciali, i fabbriceri, i parroci, i rettori
di chiese ed in genere tutti gli amministratori di enti morali dell’epoca
furono chiamati a presentare al Ministero della Pubblica Istruzione l’elenco
descrittivo delle “cose immobili e mobili” che avessero “interesse storico,
archeologico, paletnologico o artistico”. Tra le cose “mobili” venivano
indicati i codici, gli antichi manoscritti, gli incunaboli, le stampe e le
incisioni rare e di pregio e le cose di interesse numismatico. Tale elenco
riguardava espressamente gli edifici realizzati nel cinquantennio precedente
all’entrata in vigore della nuova normativa. Circostanza questa che
legittimò l’azione dell’autorità municipale di Atripalda del tempo, sindaco
Carmine Minetti, a censire “palazzo Sessa”, edificato intorno al 1700, tra
gli edifici da tutelare attribuendo al suo portone di pietra intagliato un
“importante interesse artistIco”. Era il messo comunale Stefano Carraro a
notificare il 15 agosto 1914 al proprietario dello stabile, don Bartolomeo
Sessa, che il portale era ormai finito sotto la vigilanza del Ministero
della Pubblica Istruzione. Quale fosse in realtà l’interesse storico,
archeologico o artistico di questa pietra lavorata sicuramente non da un
lontano discepolo di Michelangelo Buonarroti ma verosimilmente da un comune
artigiano dello scalpello non veniva indicato: il solo fatto che il Palazzo
contava già cinquant’anni all’entrata in vigore della legge 364 e che il suo
aspetto si differenziava dalla “tipologia media” dell’edilizia dell’epoca fu
sufficiente a fargli conferire - con sommo gaudio e comprensibile orgoglio
dei legittimi proprietari - il blasone architettonico. |